04/05/2020

Fase 2: come gestire l’ansia e ricominciare a pensare al futuro

Veronica Colella Pubblicato il 04/05/2020 Aggiornato il 04/05/2020

La strategia migliore è ampliare conoscenze e competenze. E poi bisogna fidarsi della propria capacità di adattamento

fae 2- ansia

La mancanza di certezze su quello che succederà nelle prossime fasi dell’emergenza – con lo strisciante sospetto che la tanto attesa normalità non arrivi mai – è una grande fonte di ansia per tutti noi. Il rischio è che questi sentimenti negativi ci portino a rinunciare a pensare al domani, oppure a diventare ossessivi nelle nostre preoccupazioni. Una sana via di mezzo tra l’ansia di controllare tutto e lo sconforto di chi si sente impotente però esiste. È quello che ci insegna Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia cognitiva all’Università Ca’Foscari di Venezia, nel suo libro Paura, panico, contagio: vademecum per affrontare i pericoli (Giunti).

Addomesticare la paura

Siccome le nostre energie non sono infinite, tra i consigli dell’esperto c’è quello di imbrigliare le preoccupazioni in modo da concentrarsi su quello che effettivamente possiamo cambiare.

Alcune cose possono essere riportate nella nostra sfera d’azione: attraverso le precauzioni che negli scorsi mesi sono diventate parte della nostra routine e le competenze che possiamo sviluppare davanti a nuovi problemi.

Quanto al resto, è anche inutile preoccuparsene troppo: disperde le energie e alimenta un fatalismo che non porta da nessuna parte.

Speranza sì, ma non incoscienza

Vero anche che un atteggiamento positivo, da solo, non basta. Una risposta ingenua a questo nuovo stato di tensione potrebbe essere l’ottimismo incosciente di chi si limita a sperare che andrà tutto bene, ma di fatto non muove un dito per aiutare il destino. Sedersi ad aspettare che le cose si sistemino da sole non aiuta ad anticipare le difficoltà e ci fa perdere di vista la nostra risorsa più importante, ovvero la fiducia nelle nostre capacità.

I molti futuri possibili

L’incertezza paralizza perché mina le nostre sicurezze. Meno cose sappiamo, più la nostra capacità di immaginare il futuro sarà limitata e inefficace. Un errore frequente negli adulti è presumere di aver già imparato tutto quello che si può imparare, credendo di poter fare affidamento sull’esperienza passata e sul senso comune per immaginare quello che verrà. Scommettere che il mondo non si discosterà mai troppo da quello che conosciamo, avverte Legrenzi, funziona solo fino a un certo punto. Anche se avessimo ragione, continueremmo ad essere vulnerabili agli imprevisti anziché prepararci ai molti futuri possibili.

Una specie semplice in un mondo complesso

Quest’ultimo compito può sembrare troppo arduo, soprattutto perché apparteniamo a una specie che si è evoluta in tempi più semplici. I cacciatori-raccoglitori di un tempo dovevano gestire le loro preoccupazioni su orizzonti temporali brevi e ripetitivi, mentre quello che ci viene chiesto oggi è di tenere a mente tutte le ramificazioni possibili di problemi da gestire sul lungo termine. Le soluzioni semplici ci affascinano perché non ci danno tutti questi mal di testa, ma in un mondo complesso sono destinate a fallire. Le buone notizie sono due: la prima è che siamo più capaci di adattarci al cambiamento di quanto immaginiamo. La seconda è che abbiamo a disposizione un’intera comunità di esperti per chiarire i nostri dubbi, a patto di avere l’umiltà intellettuale di ammettere di non sapere. Infine, la strategia migliore per affrontare le sfide del futuro è quella di variare il più possibile il nostro ventaglio di capacità, risorse e competenze. In questo modo, se le nostre previsioni dovessero rivelarsi clamorosamente sbagliate, sarà più facile aggiustare il tiro e diventare ancora più bravi a reagire agli imprevisti.