19/07/2021

Liking gap: piacere agli altri è meno difficile di quel che pensi

Veronica Colella Pubblicato il 19/07/2021 Aggiornato il 19/07/2021

Il giudice più severo con te stessa sei tu. Gli altri spesso sono molto più disponibili. E troppo concentrati sul proprio imbarazzo per accorgersi del tuo

liking gap

Farfalle nello stomaco all’idea di conoscere persone nuove? Succede con i primi appuntamenti, ma anche incontrando per la prima volta colleghi e coinquilini su cui si spera di fare una buona impressione.

Il momento più temuto è sempre quello della conversazione, perché è lì che sentiamo di dover dimostrare quanto siamo divertenti, affascinanti e unici.

Raramente però siamo in grado di capire quanto la nostra compagnia risulti gradevole a chi ci ascolta, perché la tensione ci impedisce di cogliere i segnali giusti.

Non capita solo ai timidi

Non si tratta di semplice timidezza. Quando si tratta di indovinare quanto piacciamo a qualcuno le nostre stime saranno sempre al ribasso, un effetto che gli esperti chiamano “liking gap”. Un errore piuttosto comune, almeno secondo la ricerca in cinque studi condotta da Erica Boothby della Cornell University e dai suoi colleghi delle università di Harvard e dell’Essex. Non dipende né dalla durata della conversazione né dalla frequenza dei rapporti più superficiali: alcuni studenti possono macerarsi nell’incertezza per più di un anno prima di convincersi di piacere davvero al loro compagno di stanza.

Perché è così difficile capirsi

Le interazioni sociali sono l’eccezione che conferma la regola, come se le lenti rosa che indossiamo quando si tratta di valutare la nostra intelligenza o la nostra bravura alla guida – ambiti in cui tendiamo a essere particolarmente ottimisti – svanissero nel nulla. Secondo i ricercatori, i motivi per cui è così difficile leggere i segnali di gradimento sono legati alla natura stessa delle conversazioni tra conoscenti. Per prima cosa, distinguere un sorriso di cortesia da uno spontaneo non è così semplice. Queste occasioni diventano vere e proprie “cospirazioni di gentilezza”, in cui nessuno lascia trasparire le sue vere emozioni. In secondo luogo, la paura del rifiuto fa sì che nessuno voglia dimostrare interesse finché non è sicuro di essere ricambiato. Infine, bisogna considerare che gran parte delle nostre energie sono rivolte verso l’interno. Generalmente si è troppo preoccupati a pensare a cosa dire per accorgersi di piacere a qualcuno, anche quando i segnali sono piuttosto chiari.

Il monologo interiore

Vi capita mai di lasciare la stanza con una voglia matta di seppellirvi dietro al battiscopa? A conversazione finita, la tendenza a vivere il momento successivo in maniera particolarmente critica e negativa falsa la nostra percezione degli eventi. Si fanno paragoni tra la versione idealizzata di noi stessi – brillante, spigliata, interessante – e la realtà, si rumina sugli scenari peggiori e ci si impunta nel trovare qualche errore da non ripetere la prossima volta. Eppure, ci sono buone probabilità che l’altro sia immerso nello stesso monologo interiore, troppo impegnato a trovarsi dei difetti per pensare ai nostri. Alla base di questo fraintendimento ci sono gli alti standard di perfezione che applichiamo a noi stessi e alla nostra performance, dimostrandoci invece più indulgenti con gli altri.

Due buoni motivi per rilassarsi

La buona notizia è che le aspettative degli altri sono molto più basse. Chi ci ascolta raccontare un aneddoto non ha idea di come avremmo potuto renderlo ancora più divertente, ma è sollevato perché avremmo potuto essere molto più noiosi. In più, le persone tendono a sovrastimare la loro stessa trasparenza. Chi non ci conosce potrebbe non accorgersi che siamo nervosi o imbarazzati, perché anni di pratica nella gestualità e nel parlato aiutano a padroneggiare le emozioni meglio di quanto immaginiamo.