20/10/2023

Festa del cinema di Roma 2023: Kasia Smutniak diventa regista con Mur

Laura Frigerio
A cura di Laura Frigerio
Pubblicato il 20/10/2023 Aggiornato il 20/10/2023

Mur, l'opera prima da regista di Kasia Smutniak, è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma e ora è al cinema

Festa del cinema di Roma  2023 - MUR

Dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, è stato presentato alla 18esima Festa del Cinema di Roma (nella sezione Special Screening), l’esordio alla regia di Kasia Smutniak. Il documentario, intitolato Mur (prodotto da Fandango in associazione con Luce Cinecittà), è stato scritto dalla stessa Kasia Smutniak insieme a Marella Bombini e ci porta nella Polonia del 2022, pochi giorni dopo l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, in un viaggio tra presente e passato. Mur infatti vuole essere una denuncia, ma al tempo stesso un diario intimo della regista.

Grazie all’aiuto di attivisti locali e con una leggerissima attrezzatura tecnica, Kasia Smutniak ha raggiunto il confine della sua terra natia denunciando ciò che non si vuole raccontare.

Il manifesto del film, che è arrivato ora nelle sale (grazie a Luce Cinecittà), è firmato dall’artista e giornalista curda Zehra Dogan.

Il cuore del film

Siamo nel marzo 2022. Da pochi giorni la Russia ha invaso l’Ucraina e l’intera Europa si è mobilitata per dare asilo ai rifugiati. A distinguersi, per tempestività e generosità, è stata la Polonia, che però al tempo stesso ha iniziato la costruzione del muro più costoso d’Europa per impedire l’entrata di altri rifugiati.

Una striscia di terra che corre lungo tutto il confine bielorusso, chiamata zona rossa, impedisce a chiunque di avvicinarsi e vedere la costruzione del Muro, il protagonista della storia raccontata in questo film.

Il percorso, un incerto e rischioso viaggio nella zona rossa dove l’accesso non è consentito ai media, inizia davanti a un muro e finisce davanti a un altro.

Il primo muro respinge i migranti che arrivano da terre lontane attraversando il bosco più antico d’Europa, ovvero Puszcza Białowieża, una frontiera impenetrabile in un mare di alberi. Il secondo, quello di fronte alla finestra di casa dei nonni a Łódź, dove la regista giocava da bambina, è il muro del cimitero ebraico del ghetto di Litzmannstadt.

La parola a Kasia Smutniak

«In qualche maniera mi sono trovata ad essere spettatrice di un inizio di qualcosa, di quella che io chiamo genesi del male. Quelle che racconto sono persone comuni che hanno pensato di rendersi utile (a parte una che è attivista per scelta)» – spiega Kasia Smutniak durante la conferenza stampa – «Io ero attratta dall’idea di mettere a confronto il presente e il passato tramite la mia storia personale e quella della mia famiglia, che non è particolarmente interessante ma legata a luoghi che hanno una memoria. Credo che sia impossibile capire certi conflitti o le crisi senza avere un quadro completo. Questo è un discorso che si lega anche a quella scoppiata ora, che ha le radici drammaticamente legate al passato».

Se ha avuto paura durante le riprese? «Si, ma la mia paura non può essere messa a confronto con quella delle persone che vivono in una certa situazione. Io non sono forte e ho voluto raccontare che questo non è una debolezza. Ho cercato di essere sincera».

E continua: «Ormai è diventato normale per noi sfogliare un giornale o navigare sullo smartphone e imbattersi in certi drammi. Le tragedie sono sempre accadute, ma mai come ora siamo stati spettatori diretti e questo sapere porta con sé una certa responsabilità. Volevo raccontare le vere emozioni e il dolore delle persone come me, questo aspetto mi sembrava interessante».