13/09/2022

Downshifting: rallentare per scelta

Veronica Colella Pubblicato il 13/09/2022 Aggiornato il 13/09/2022

Scegliere la semplicità, la lentezza, il minimalismo. La filosofia di vita di chi è stanco di correre incoraggia a scalare le marce per vivere meglio

rallentare

Vivere lento è vivere meglio. Lo pensa chi abbraccia la filosofia del downshifting, esortazione a fare a meno del superfluo e riscoprire la bellezza della semplicità. Come? Mettendo da parte le ambizioni e la pressione sociale e iniziando a rallentare, accettando posizioni con meno responsabilità o facendo a meno di un secondo o terzo lavoro part-time.

Si guadagna meno e si spende meno, ma in cambio si ottiene prezioso tempo libero da dedicare a quello che è davvero importante, dalle relazioni alle passioni.

E uscendo dalla logica della produttività a tutti i costi si finisce per rivedere anche le pratiche di consumo in ottica più sostenibile, per le tasche e per l’ambiente.

Less is more

La prima a parlare di scalare le marce (downshifting, appunto) è stata Amy Saltzman nel 1991. Dai suoi consigli per sopravvivere a un mondo del lavoro a misura di yuppie, il concetto di downshifting si è poi arricchito diventando il manifesto di uno stile di vita meno stressante e più sostenibile. Niente più sprechi energetici, niente più acquisti di impulso per tirarsi su il morale dopo una giornata interminabile, niente più ore perse nel traffico o seduti su un treno, niente più burnout.

Non sempre chi sceglie di rallentare sposa uno stile di vita minimalista, ma di certo si prepara a ridimensionare i propri consumi. Si può stare bene anche con meno, se questo significa avere il tempo di vedere gli amici, la famiglia, godersi una giornata di sole o prendersi cura di sé. Riscoprire il fai-da-te o l’usato non significa vivere di privazioni, ma solo fare meno affidamento sul brivido della novità e del possesso.

Ritrovare se stesse

Ridurre il carico di obblighi e distrazioni permette di ritrovare il senso della vita, a patto di non farla troppo semplice. Non si vive per lavorare, ma lavorare per vivere è ancora necessario. E adattarsi a uno stile di vita più lento richiede una rete di sicurezza. Chi immagina di lasciare tutto – appartamento, lavoro e amore per il superfluo – per mettersi in viaggio in stile Mangia, prega, ama (Rizzoli) farebbe bene a ricordarsi che Elizabeth Gilbert/Julia Roberts è partita con in tasca un sostanzioso anticipo per trasformare il suo viaggio alla ricerca di sé stessa in un libro. Il lavoro più bello del mondo, quello che ti permette di viaggiare alla ricerca di te stessa per superare un divorzio difficile, ma pur sempre un lavoro.

E persino il filosofo Henry David Thoreau, quello del ritorno alla natura come unica strada per scoprire l’essenza stessa della vita, aveva dalla sua una madre molto paziente che gli faceva regolarmente il bucato e gli preparava i pasti, nonché un amico e mentore disposto a ospitarlo sul suo terreno per tutto il tempo necessario a partorire le sue riflessioni.

Qualcosa deve cambiare

Riorganizzare la propria vita riprendendo il controllo del proprio tempo e disaffezionarsi alle trappole del consumismo può davvero aiutare l’ambiente? Sì e no, argomentavano già nel 2013 i sociologi Emily Huddart Kennedy, Harvey Krahn e Naomi T. Krogman. Da un lato incoraggia l’adozione di pratiche di consumo più sostenibili a livello domestico – più tempo per cucinare, per fare composting, per stendere i panni al sole anziché lanciarli in asciugatrice – ma non è la soluzione a problemi strutturali. Quelli possono essere risolti solo ripensando la cultura del lavoro, il design urbano, i servizi a disposizione. Altrimenti rallentare rimane un privilegio o un compromesso, con effetti limitati sull’ambiente e qualche dubbio sul fatto che porti a un vero benessere in termini di qualità della vita.