Yoga: per sconfiggere la sedentarietà prova la Wild pose
Stare a lungo sedute ci porta alla chiusura: un asana che apre le spalle, il petto, le anche ripristina l’armonia e ci insegna ad assumere nuove posizioni e nuovi punti di vista
La sedentarietà è una condizione che accumuna tante di noi e che si riflette, in modo particolare, nella tenuta quotidiana prolungata di posizioni fisse e statiche, come quella seduta: tante ore con le braccia proiettate in avanti, lo sguardo rivolto a uno schermo, le spalle incurvate e il torace spesso poco mobile. Non è semplicemente una questione estetica, anche se questo fattore balza subito all’occhio, ma significa rimanere a lungo dentro lo stesso schema motorio e, gradualmente, farlo proprio nonostante sia sbilanciato e innaturale. «Gli antichi maestri yogi ci suggerirebbero “lascia che il corpo ricordi di avere spazio“» afferma l’insegnante di yoga Francesca Cassia.
Questo invito significa essere pronte ad aprire il petto, a cambiare l’assetto del corpo e anche, metaforicamente, il proprio punto di vista.
L’asana dell’estasi
Una delle pose yoga più appropriata per contrastare i danni e gli squilibri provocati dalla sedentarietà e dalle posture sbilanciate o mantenute molto a lungo è Chamatkarasana, quella che gli americani definiscono Wild pose, posa selvaggia, e che nella tradizione filosofica indiana è chiamata “asana del meravigliarsi” o “asana dell’estasi”: il concetto sotteso a questo nome è la meraviglia con cui possiamo scoprire che il corpo è pronto ad aprirsi, a cambiare, ad assumere posizioni impensate. La pratica non è una sfida a mostrare la propria flessibilità, a mantenere una posa perfetta, ma un mezzo per conoscere meglio le proprie attitudini posturali e motorie attraverso il flow, imparando nel contempo a guardare il mondo da prospettive diverse (nel caso specifico, da una prospettiva ribaltata).
Una combinazione di mobilità e forza
Chamatkarasana crea una grande estensione della colonna, porta il torace verso l’apertura e richiede un lavoro attivo di spalle, braccia e parte alta del corpo. Nell’eseguire l’esercizio, infatti, si allungano i pettorali, la parte anteriore delle spalle e anche i flessori delle anche: insomma, si lavora su tutte le zone che, stando sedute, si contraggono e si irrigidiscono. Inoltre il gesto richiede stabilità nella parte posteriore: cuffia dei rotatori, muscoli scapolari, dorsali, glutei e muscolatura del tronco si attivano e partecipano alla costruzione della posa. «Non si tratta soltanto di “stirare il petto”: il corpo deve organizzarsi, sostenersi e orientarsi nello spazio. Dal punto di vista neuromotorio, cambiare posizione significa offrire al sistema nervoso nuove informazioni: dove sono le spalle? Quanto posso aprire il torace? Come distribuisco il peso? Come coordino respiro e movimento?» descrive Cassia. È proprio questa combinazione tra mobilità, forza e percezione a rendere la pratica interessante per chi conduce una vita sedentaria. L’equilibrio tra apertura e sostegno rende anche l’asana benefica per la silhouette, perché dà tono e dona un portamento più elegante dalla vita in su.
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