Emicrania: la rivoluzione dei nuovi farmaci

Redazione Pubblicato il 29/01/2026 Aggiornato il 29/01/2026

Non un semplice mal di testa ma un problema invalidante, soprattutto per le donne, che compromette vita e lavoro. Ora per curarla ci sono nuovi farmaci più efficaci

mal di testa monoclonali

L’emicrania rappresenta, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la terza patologia più frequente e la seconda più disabilitante, colpendo il 12% circa della popolazione adulta in tutto il mondo. Una malattia molto diffusa e invalidante che rientra a pieno titolo tra le patologie “di genere” perché presenta una prevalenza tre volte maggiore tra le donne e sono le donne a manifestare i quadri clinici più severi in termini di complessità, disabilità e impatto psicologico. Gli sbalzi ormonali che ne caratterizzano e accompagnano la vita nel periodo fertile, le fluttuazioni associate al ciclo mestruale, sembrano infatti facilitare l’insorgenza degli attacchi.

In Italia, quattro dei sei milioni di persone affette da emicrania sono donne.

L’ultimo arrivato

«Sei anni fa l’arrivo degli anticorpi monoclonali, farmaci specifici mirati a ridurre il numero di episodi mensili, ha rappresentato una rivoluzione terapeutica che ha consentito nel tempo di arricchire l’arsenale delle armi a nostra disposizione per prevenirla e controllarla» spiega la dottoressa Roberta Messina, neurologo specialista in Cefalee e Dolori Facciali presso la U.O di Neurologia dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e Ricercatrice presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. «Nel 2019 avevamo solo Erenumab, oggi ne abbiamo a disposizione altri tre: Fremanezumab, Galcanezumab, ed Eptinezumab».

«Il più recente anticorpo monoclonale, Eptinezumab, viene somministrato per via endovenosa una volta ogni tre mesi da personale medico e infermieristico nelle strutture adibite con stanze infusionali dedicate» sottolinea la dottoressa Messina. «È un farmaco che serve a prevenire le recidive ed è modulabile, ovvero disponibile in due dosaggi. Questo è un grande vantaggio perché, anche nel caso in cui il paziente inizialmente non rispondesse al dosaggio più basso che è di 100 milligrammi c’è la possibilità di aumentare la dose fino a 300 milligrammi.  

Meglio tollerati

«Il vantaggio di avere una rosa più ampia di anticorpi monoclonali è che se non si risponde a un farmaco si può valutare un’altra molecola e un’altra modalità di somministrazione» continua la neurologa. «Alcuni infatti si somministrano per via sottocutanea una volta al mese e altri, i più recenti, in infusione una volta ogni tre mesi. È migliorato anche il profilo di tollerabilità rispetto alle precedenti cure aspecifiche che potevano dare effetti collaterali come difficoltà di concentrazione, aumento di peso, problemi di pressione. Uniche controindicazioni, non si prescrivono a chi ha una ipertensione arteriosa non controllata o ha avuto pregressi patologie cerebro cardiovascolari».

L’articolo completo è sul numero di Silhouette donna di febbraio, ora in edicola.